Roma Residenza Paolo VI

Guest House a Roma - Vaticano
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Roma

  • Il Colosseo

    Il Colosseo, originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio o semplicemente come Amphitheatrum, è un anfiteatro della Roma antica, con tutta probabilità il più famoso al mondo; era in grado di contenere 45.000 spettatori e veniva usato per gli spettacoli gladiatori.
    L'edificio forma un'ellisse di 527 m di circonferenza, con assi che misurano 188 m x 156 m. L'arena all'interno misura 86 m per 54 m, con una superficie di 3.357 m². L'altezza attuale raggiunge i 48,5 m, ma originariamente arrivava ai 52 m.
    La sua costruzione iniziò sotto l'Imperatore Vespasiano, nel 72 DC circa, e l'edificio venne inaugurato da suo figlio Tito nell'80 DC. Domiziano operò importanti modifiche soprattutto nella parte sotterranea. La costruzione del Colosseo potrebbe essere stata finanziata con il bottino della conquista di Gerusalemme, del 70 DC.
    L'edificazione avvenne nell'area occupata dall'enorme palazzo di Nerone, la Domus Aurea, costruita dopo il grande incendio di Roma del 64. L'operazione servì alla restituzione ad uso pubblico degli spazi cittadini privatizzati da Nerone. Nel punto in cui sorse l'edificio si trovava un laghetto (lo stagnum citato dal poeta Marziale).
    Contemporaneamente all'anfiteatro vennero costruiti alcuni edifici di servizio per i giochi: i ludi (caserme e luoghi di allenamento per i gladiatori, di cui conosciamo il Magnus, il Gallicus, il Matutinus e il Dacicus), la caserma del distaccamento dei marinai della flotta di Miseno adibiti alla manovra del velarium (Castra Misenatium), il Summum Choragium e gli Armamentaria (depositi delle armi e delle attrezzature), il Sanatorium (luogo di cura per le ferite dei combattimenti) e lo Spoliarum o spogliatoio.
    Nelle vicinanze era presente una statua colossale di Nerone, dal quale la leggenda vuole che derivi il nome Colosseo. Dopo l'uccisione di questo imperatore la statua venne rimodellata per raffigurare Sol il dio del Sole, aggiungendo l'appropriata corona solare. Il Colosso venne quindi spostato dalla sua originale collocazione per far posto al tempio di Venere e Roma sotto Adriano. Il sito del basamento della statua colossale dopo lo spostamento è attualmente segnato da un moderno basamento in tufo.
    La facciata esterna si articola in quattro ordini: i tre inferiori con 80 arcate su pilastri, ai quali si addossano semicolonne su piedistalli, mentre il quarto è costituito da una parete piena, scompartita da lesene in corrispondenza dei pilastri delle arcate. Nei tratti di parete tra le lesene si aprono 40 piccole finestre quadrangolari, una ogni due riquadri, e immediatamente sopra il livello delle finestre vi sono collocate tre mensole sporgenti per ogni riquadro, nelle quali erano alloggiati i pali di legno che venivano utilizzati per aprire e chiudere il velarium, il telo di copertura che riparava gli spettatori, manovrato da un distaccamento di marinai della flotta di Miseno.
    Le semicolonne e le lesene dei quattro ordini hanno a partire dal basso capitelli tuscanici, ionici, corinzi e corinzi a foglie lisce. I primi tre ordini ripetono la medesima successione visibile sulla facciata esterna del teatro di Marcello.
    Il Colosseo era circondato da un'area di rispetto pavimentata in travertino e delimitata da cippi (alcuni ancora al loro posto sul lato verso il Celio).
    All'interno la cavea con i gradini per i posti degli spettatori era suddivisa in cinque settori orizzontali (maeniana), riservati a categorie diverse di pubblico: il settore inferiore, riservato ai senatori e alle loro famiglie, aveva gradini ampi e bassi che ospitavano seggi di legno (subsellia); seguivano il maenianum primum, con otto gradini di marmo, il maenianum secundum, suddiviso in imum (inferiore) e summum (superiore), ancora con gradini in marmo, e infine il maenianum summum, con circa undici gradini lignei all'interno del portico che coronava la cavea (porticus in summa cavea): i resti architettonici di quest'ultimo appartengono ai rifacimenti di epoca severiana o di Gordiano II.

    I diversi settori erano separati da alti podi (precinctio), nei quali si aprivano le porte di accesso (vomitoria), protetti da transenne in marmo (risalenti ai restauri del II secolo DC. Sui gradini sono spesso incise le indicazioni dei posti e sulla balaustra del podio venivano iscritti i nomi dei senatori a cui i posti inferiori erano riservati.
    Gli spettatori raggiungevano il loro posto entrando dalle arcate loro riservate. Ciascuna delle 74 arcate per il pubblico era contraddistinta da un numerale, inciso sulla chiave di volta, per consentire agli spettatori di raggiungere rapidamente il proprio posto.
    Le due arcate in corrispondenza degli assi minori, precedute esternamente da un avancorpo, erano riservate agli alti personaggi ospitati nei due palchi oggi scomparsi. Immettono ciascuna in un ampio settore comprendente tre cunei, scompartito da pilastri. Il percorso aveva le pareti rivestite in marmo e presentava una decorazione a stucco sulla volta, ancora quella originale di epoca flavia. Il palco meridionale, che ospitava l'imperatore, aveva anche un altro accesso più diretto, attraverso un criptoportico che dava direttamente all'esterno.
    Dodici arcate erano riservate ai Senatori e immettevano in corridoi che raggiungevano l'anello più interno: da qui con una breve scala si raggiungeva ill settore inferiore della cavea. Anche questi passaggi erano rivestiti di marmo.

    Le altre arcate davano accesso alle numerose scale a una o due rampe che portavano ai settori superiori. Le pareti erano qui rivestite di intonaco, anche sulle volte.
    L'arena presentava una pavimentazione parte in muratura e parte in legno, e veniva ricoperta da sabbia, costantemente pulita, per assorbire il sangue delle uccisioni.
    Sotto l'arena erano stati realizzati ambienti di servizio, articolati in un ampio passaggio centrale lungo l'asse maggiore e in dodici corridoi curvilinei, disposti simmetricamente sui due lati. Qui si trovavano i montacarichi che che permettevano di far salire nell'arena i macchinari o gli animali impiegati nei giochi e che, in numero di 80, si distribuivano su quattro dei corridoi: i resti attualmente conservati si riferiscono ad un rifacimento di III o IV secolo DC.
    Le strutture di servizio erano fornite di ingressi separati:
    Gallerie sotterranee all'estremità dell'asse principale davano accesso al passaggio centrale sotto l'arena, ed erano utilizzate per l'ingresso di animali e macchinari.
    Le due arcate sull'asse maggiore davano direttamente nell'arena ed erano destinate all'ingresso dei protagonisti dei giochi, gladiatori ed animali troppo pesanti per essere sollevati dai sotterranei. L'arena era accessibile per gli inservienti anche da passaggi aperti nella galleria di servizio che le correva intorno sotto il podio del settore inferiore della cavea. Alla galleria si arrivava dall'anello più interno, lo stesso che utilizzavano i Senatori per raggiungere i propri posti.
    L'edificio poggia su una piattaforma in travertino sopraelevata rispetto all'area circostante. Le fondazioni sono costituite da una grande platea in cementizio di circa 13 m di spessore, foderata all'esterno da un muro in laterizio.
    La struttura portante è costituita da pilastri in blocchi di travertino, collegati da perni: dopo l'abbandono dell'edificio si cercarono questi elementi metallici per fonderli e riutilizzarli, scavando i blocchi in corrispondenza dei giunti: a questa attività si devono i numerosi fori ben visibili sulla facciata esterna. I pilastri erano collegati da setti murari in blocchi di tufo nell'ordine inferiore e in laterizio superiormente.

    Un complesso sistema di adduzione e smaltimento idrico consentiva la manutenzione dell'edificio e alimentava le fontane poste nella cavea per gli spettatori.
    Il Colosseo ospitava i giochi dell'anfiteatro, che comprendevano: lotte tra animali (venationes), l'uccisione di condannati da parte di animali feroci o altri tipi di esecuzioni (noxii), e finalmente combattimenti tra gladiatori (munera). Non era invece possibile organizzarvi dei combattimenti navali ("naumachie"), poiché i sotterranei esistenti sotto l'arena precludevano la possibilità del suo allagamento.
    Per l'inaugurazione dell'edificio, l'imperatore Tito diede dei giochi che durarono tre mesi, durante i quali morirono circa 2.000 gladiatori e circa 9.000 animali. Per celebrare il trionfo di Traiano sui Daci vi combatterono 10.000 gladiatori.
    Gli ultimi combattimenti gladiatori sono testimoniati nel 437, ma l'anfiteatro fu ancora utilizzato per le venationes (uccisione di animali) fino al 523, sotto Teodorico.
    Un primo intervento di restauro si ebbe sotto Antonino Pio. Un incendio nel 217 DC fece crollare le strutture superiori e, dopo i lavori di restauro di Eliogabalo e Alessandro Severo, l'edificio venne riaperto nel 222, non completato. I restauri furono completati sotto Gordiano III. Altri danni per opera di incendi si ebbero nel 250 o 252 e nel 320.

    Dopo il sacco di Alarico del 410 sul podio che circondava l'arena venne incisa un'iscrizione in onore dell'imperatore Onorio, forse in seguito a restauri. L'iscrizione venne successivamente cancellata e riscritta per ricordare grandi lavori di restauro dopo un terremoto nel 442, ad opera dei prefetti urbani Flavio Synesio Gennadio Paolo e Rufio Cecina Felice Lampadio. Altri restauri si ebbero ancora nel 470 (il console Messio Febo Severo). I restauri continuarono anche dopo la caduta dell'impero: dopo un terremoto nel 484 o nel 508 il prefetto urbano Decio Mario Venanzio Basilio effettuò i restauri a sue spese.
    Dopo l'abbandono fu adibito nel VI secolo ad area di sepoltura e poco dopo venne utilizzato per scopi abitativi. Nel XIII secolo fu occupato da un palazzo dei Frangipane. successivamente demolito, ma continuò ad essere occupato da abitazioni. I blocchi di travertino furono sistematicamente asportati nel XV e XVI secolo per essere riutilizzati in nuove costruzioni, e blocchi caduti a terra furono ancora utilizzati nel 1634 per la costruzione di palazzo Barberini e nel 1703 per il porto di Ripetta. Una famosa descrizione di questo "saccheggio" sta nel detto Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini ("Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini").
    Nel corso del giubileo del 1675 assunse il carattere di luogo sacro in memoria dei molti martiri cristiani qui condannati al supplizio e nel 1744 papa Benedetto XIV vi fece costruire le 15 edicole della via crucis.

    In seguito ai dissesti strutturali si ebbero i primi restauri: speroni a sostegno delle estremità rimaste in piedi della facciata furono costruiti nel 1807 ad opera di Raffaele Stern e nel 1827 da Luigi Maria Valadier, che ricompose nella nuova opera parte delle strutture già crollate. Altri restauri nell'interno si ebbero tra il 1831 e il 1846. Contemporaneamente si iniziò a liberare il monumento dall'interro con gli scavi diretti da Carlo Fea nel 1811 e 1812 e con quelli di Pietro Rosa (1874-1875). Nel 1938 e 1939 furono completamente scavate le strutture sotterranee dell'arena, in parte alterate dalle ricostruzioni.
  • La Cappella Sistina

    La Cappella Sistina è uno dei più famosi tesori artistici della Città del Vaticano, costruita tra il 1475 e il 1483, all'epoca di Papa Sisto IV della Rovere. È conosciuta in tutto il mondo sia per essere la sala nella quale si tiene il conclave e altre cerimonie ufficiali, comprese alcune incoronazioni papali, che per essere stata decorata da Michelangelo Buonarroti. Si trova sulla destra della Basilica di San Pietro, dopo la Scala Regia, e in origine serviva come cappella palatina all'interno della vecchia fortezza vaticana.
    La cappella è di forma rettangolare e misura 40,93 metri di lunghezza per 13,41 di larghezza (le dimensioni del Tempio di Salomone, così come vengono riportate nel vecchio testamento). L'altezza è di 20,70 metri e il tetto e formato da una volta a botte ribassata con voltine laterali di scarico in corrispondenza delle dodici finestre che danno luce all'ambiente. Il pavimento (XV secolo) è composto da tarsie policrome in marmo.
    Una transenna in marmo di Mino da Fiesole, Andrea Bregno e Giovanni Dalmata divide la cappella in due parti; quella più ampia, assieme all'altare, è riservata alle cerimonie religiose e ad altri usi clericali, mentre quella più piccola è per i fedeli. La cancellata di passaggio era originariamente di ferro placcato in oro e in posizione più centrale; venne in seguito spostata verso la parte dei fedeli per garantire uno spazio maggiore al Papa. Degli stessi artisti è il Cantoria, lo spazio riservato al coro.
    Durante le cerimonie importanti, i muri laterali sono coperti da una serie di arazzi, (opera di Raffaello) che riproducono eventi tratti dai vangeli e dagli atti degli apostoli.
    I piani architetonici vennero eseguiti da Baccio Pontelli e i lavori di costruzione furono supervisionati da Giovannino de' Dolci tra il 1473 e il 1784, agli ordini di Sisto IV.
    La prima messa venne celebrata nella Cappella Sistina il 9 agosto 1483, come cerimonia con la quale venne consacrata e dedicata all'Assunzione della Vergine Maria.
    I dipinti sui muri vennero eseguiti da Pietro Perugino, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Luca Signorelli e dai loro rispettivi laboratori, dei quali facevano parte Pinturicchio, Piero di Cosimo e Bartolomeo della Gatta.
    I soggetti dei dipinti erano temi religiosi storici, selezionati e divisi in base al concetto medievale di partizione della storia del mondo in tre epoche: prima dei dieci comandamenti, tra Mosè e la nascita di Cristo, e la successiva era cristiana. Essi sottolineano la continuità tra il patto antico e il nuovo patto, o la transizione dalle leggi mosaiche alla religione cristiana.
    Michelangelo Buonarroti venne incaricato da Papa Giulio II della Rovere, nel 1508, per ridipingere il soffitto, che originariamente raffigurava delle stelle dorate su un cielo blu; il lavoro venne completato tra il 1508 e il 1 novembre 1512. Michelangelo dipinse il Giudizio Universale sopra l'altare, tra il 1535 e il 1541; lavoro commissionato da Papa Paolo III Farnese.
    Per essere in grado di raggiungere il soffitto, Michelangelo necessitava di un supporto; la prima idea fu di Bramante, che volle costruire per lui una speciale impalcatura, sospesa in aria per mezzo di funi. Ma Michelangelo sospettava che questa soluzione avrebbe lasciato dei buchi nel soffitto, una volta completato il lavoro, così costruì un impalcatura da se, una semplice piattaforma in legno su sostegni ricavati da fori nei muri posti nella parte alta vicino alle finestre.
    Il primo strato di gesso cominciò ad ammuffire perché era troppo bagnato. Michelangelo dovette rinuoverlo e ricominciare da capo, ma provò una nuova miscela, chiamata intonaco, creata da uno dei suoi assistenti, Jacopo l'Indaco. Questa non solo resistette alla muffa, ma entrò anche nella tradizione costruttiva italiana (ed è ancora in uso).
    Michelangelo venne incaricato di dipingere solo 12 figure, gli apostoli, ma quando il lavoro fu finito ve ne erano presenti più di 3.000. I bozzetti sono un documento molto prezioso e curioso.
    Michelangelo usò modelli maschili, anche per le donne, poiché le modelle erano più rare e costose.
    Il Giudizio Universale fu oggetto di una pesante disputa tra il Cardinale Carafa e Michelangelo: l'artista venne accusato di immoralità e intollerabile oscenità, poiché aveva dipinto delle figure nude, con i genitali in evidenza, all'interno della più importante chiesa della cristianità, perciò una campagna di censura (nota come "campagna delle foglie di fico") venne organizzata da Carafa e Monsignor Sernini (ambasciatore di Mantova) per rimuovere gli affeschi. Quando il Maestro di Cerimonie del Papa, Biagio da Cesena, fece una denuncia simile del lavoro, dicendo che era più adatto a un bagno termale che a una cappella, Michelangelo raffigurò i suoi tratti nella figura di Minos, giudice degli inferi. Si narra che quando Biagio da Cesena si lamentò con il Papa, il pontefice rispose che la sua giurisdizione non si applicava all'inferno, e così il ritratto rimase. In coincidenza con la morte di Michelangelo, venne emessa una legge per coprite i genitali ("Pictura in Cappella Ap.ca coopriantur"). Così Daniele da Volterra, un apprendista di Michelangelo che dopo questo lavoro venne soprannominato "Braghettone", coprì i genitali delle figure con delle specie di perizomi, lasciando inalterato il complesso dei corpi. Quando l'opera venne restaurata nel 1993, i restauratori scelsero di non rimuovere i perizomi di Daniele; comunque, una copia fedele e senza censure dell'originale, di Marcello Venusti, è oggi a Napoli al Museo di Capodimonte.
    La cappella è stata recentemente restaurata (dal 1981 al 1994).
  • La Basilica di S.Pietro

    La costruzione di San Pietro fu iniziata sotto Papa Giulio II, nel 1506, e si concluse nel 1612, regnante Papa Paolo V. Si tratta in realtà di una ricostruzione, dato che nello stesso sito, prima dell'attuale basilica, ne sorgeva un'altra risalente al IV secolo, fatta costruire dall'imperatore Costantino nel luogo in cui sorgeva il circo di Nerone e dove la tradizione vuole che San Pietro, uno degli apostoli di Gesù Cristo e primo Papa del Cristianesimo, fosse stato crocifisso e sepolto.
    La basilica originaria era stata ripetutamente abbellita nel corso dei secoli, anche con opere di Giotto, fin quando, a metà del XV secolo, Nicolò V decise di avviarne una sostanziale ristrutturazione dopo un furioso incendio che (casualmente o no) distrusse buona parte della costruzione. Con la morte di quest'ultimo i lavori si interruppero e vennero ripresi da Giulio II che ne affidò la direzione al Bramante, il quale demolì completamente la vecchia basilica, progettandone una nuova a pianta centrale.
    All'insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile ed artistica, fu preposto un ente, la Reverenda "Fabrica Sancti Petri", del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L'ente è tuttora operante per la gestione del complesso.

    La campagna per la raccolta di fondi per la costruzione della basilica, effettuata in Germania con la vendita di indulgenze dal frate domenicano Johann Tetzel, fu una delle cause della riforma guidata da Martin Lutero.
    La Basilica ha una lunghezza di 186 metri, la cima della cupola è alta 119 e la superficie totale supera i 15.000 metri quadrati. L’edificio può contenere, si calcola, 80.000 persone. La basilica ospita quella che secondo la tradizione è la tomba di San Pietro, posta sotto l'altare principale, che è coperto da un baldacchino sorretto da quattro immensi pilastri, tutti disegnati dal Bernini.
    Anche altri Papi sono sepolti nella basilica.
    Con la morte di Giacomo della Porta, nel 1602, assunse la direzione della fabbrica Carlo Maderno, nel 1603 il papa Clemente VIII affidò la decorazione a mosaico della cupola al Cavalier d'Arpino, in essa erano rappresentati: Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi, il tutto concluso entro il 1612, per la realizzazione delle pale d'altare, riportate successivamente a mosaico, il papa si valse di Pomarancio, Cesare Nebbia, Francesco Vanni, Bernardo Castello, Giovanni Baglione, del Cigoli e del Passignano.
    Sotto papa Paolo V, il Maderno iniziò nel 1607 la facciata e nel 1609 la navata, entrambe concluse nel 1612, mentre tra il 1615 e il 1616, costruì la confessione a ferro di cavallo aperta davanti l'altrare maggiore. Per la decorazione scultore il papa si servì maggiormente dell'opera di Ambrogio Bonvicino: suo è il rilievo con La consegna delle chiavi posto sotto l'entrata principale, mentre per la decorazione ad affresco si servì di Giovan Battista Ricci di Novara, che lavorò agli affreschi della confessione e alla decorazione in stucco. Tra il 1616 e il 1617, Martino Ferrabosco innalzò la torre dell'orologio, abbattuta successivamente per far posto al colonnato del Bernini.
    Quando nel 1626 fu infine dedicata da Urbano VIII, la basilica aveva la forma di una croce latina.
    La basilica è in sé un'opera d'arte, ma è anche composta da diversi elementi artistici di autonomo valore.
    Molti famosi artisti lavorarono alla "Fabbrica di San Pietro". Dopo la morte del Bramante iniziò a lavorarvi Raffaello Sanzio, che modificò l'originaria pianta a croce greca in una a croce latina. Michelangelo, che servì come capo architetto per un certo periodo dopo Raffaello, riportò la pianta a croce greca ed eseguì il disegnò della cupola. L'opera fu completata da Carlo Maderno, che tornò di nuovo alla pianta a croce latina (stavolta su espresso ordine del Papa).
    All'interno trovano posto centinaia di statue in marmo, travertino, stucco e bronzo. Tra i monumenti funebri ne troviamo uno del Bernini e uno di Antonio Canova. Celebre è la scultura di Michelangelo "La Pietà".
    Artisticamente San Pietro rappresenta il trionfo del barocco romano, in auge proprio nel momento in cui la Chiesa, stato politicamente centrale nella storia europea, avvertiva il crescere del prestigio e della potenza degli stati nazionali di Francia e Spagna. La sontuosità architettonica e la ridondanza decorativa, già proprie dei canoni del barocco, ben rispondevano all'esigenza della Curia di rappresentarsi con una sperabilmente inarrivabile magnificenza.
    La basilica venne finalmente consacrata nel 1626 da Urbano VIII.
    La sistemazione della piazza (1656 - 67) è dovuta a Gian Lorenzo Bernini (1598 - 1680), che realizza qui la sua opera più importante. Lo spazio è suddiviso in due parti: la prima a forma di trapezio rovescio con il lato maggiore lungo la facciata, la seconda di forma ellittica con l'imponente colonnato dorico sormontato da una robusta architrave. Nel progetto berniniano compariva uno spicchio centrale in prosecuzione del colonnato, che, se realizzato, avrebbe nascosto la piazza e la basilica rispetto alla veduta frontale. In questo modo, provenendo da Ponte Sant'Angelo, il visitatore, dopo aver percorso le vie anguste del Borgo, si sarebbe trovato all'improvviso in uno spazio vasto e solenne e avrebbe provato di stupore e meraviglia. Va considerato a questo proposito che l'attuale Via della Conciliazione è il risultato della sciagurata opera di demolizione di un isolato lungo e stretto (Spina dei Borghi), concepita nel periodo fascista.
    Va annotato che San Pietro non è una cattedrale, ovvero il soglio di un vescovo; il Papa è anche il Vescovo di Roma, ma la Cattedrale di Roma è la basilica di San Giovanni in Laterano.
    La basilica è la sede delle principali manifestazioni del culto cattolico ed è perciò in solenne funzione in occasione delle celebrazioni per il Natale, la Pasqua ed i riti della Settimana Santa, la proclamazione dei nuovi papi e le esequie di quelli defunti, l'apertura e la chiusura dei Giubilei.
    v Sotto Giovanni Vigesimo Terzo ospitò le cerimonie del Concilio Vaticano II.
    Curiosamente a Roma si trovano tre chiese dedicate a San Pietro. Oltre alla basilica esiste la chiesa di San Pietro in vincoli (nota per ospitare il celebre "Mosè" di Michelangelo), posta sull'altra riva del fiume Tevere, fra il Colle Oppio e la via Cavour, all'Esquilino, ed esiste anche la chiesa di San Pietro in Montorio.
    A queste tre va aggiunta la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo all'EUR.
    Una tradizione probabilmente spontanea dei pellegrini in visita, vuole che la statua bronzea di San Pietro benedicente, sulla destra della navata centrale, sia toccata con la mano destra che poi svolgerà il segno della croce. La parte della statua più prossima agli astanti è il piede, oggi sensibilmente consunto.
    La basilica di San Pietro, per secoli è stata la più grande chiesa cattolica. Questo primato le è stato tolto nel 1989 quando è stata completata la basilica di Yamoussoukro, nella Costa d’Avorio.
    Piazza San Pietro è una delle piazze più famose del mondo, ed è situata davanti alla Basilica di San Pietro, culla dello spirito del primo Papa, l'apostolo e martire Pietro, luogo di pellegrinaggio quotidiano per migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo. Si trova nella Città del Vaticano, la città-stato in cui ha sede lo Stato Pontificio, nel cuore del centro storico di Roma, sulla sponda orientale del Tevere.
    È, in un certo senso, il cuore della cristianità, della Chiesa Cattolica Romana. Progettata da Gian Lorenzo Bernini tra il 1656 ed il 1667, la Piazza di San Pietro è considerata uno dei capolavori dell’architettura scenografica barocca.
    Il problema che Bernini doveva affrontare, quando ricevette da Papa Alessandro VII l’incarico di realizzare un grande ampliamento della piazza, era quello di trovare la giusta sintesi prospettica tra la nuova piazza, la cupola michelangiolesca e la facciata della basilica, nel rispetto di vincoli derivanti dalla presenza di edifici pre-esistenti (in primis il palazzo da cui il pontefice si affacciava per impartire la sua benedizione).
    La geniale soluzione del Bernini consiste nella invenzione di un imponente colonnato (oggi considerato il più straordinario mai costruito) che circonda la piazza e che ne traccia la forma divisa in due corpi distinti: il primo a pianta trapeziodale, accompagna idealmente la vista dello spettatore verso il sagrato e l'entrata della basilica; il secondo assume l’aspetto maestoso di due emicicli di forma ellittica, quasi a simboleggiare le braccia materne della Chiesa protese ad accogliere il suo popolo.
    Le dimensioni del corpo principale della piazza sono imponenti. Le ellissi misurano 240 m di larghezza (approssimativamente come il Colosseo, come volle il Bernini); il colonnato è costituito da una quadruplice fila di 284 colonne in stile dorico e 88 pilastri, coronato da 140 statue di santi (alte oltre tre metri, opera di allievi del Bernini), che conferiscono un'immagine monumentale alla piazza e la raccordano idealmente con le statue poste sulla balaustra al sommo della facciata del Maderno.
    La struttura ellittica della piazza consente al Bernini di creare quegli effetti ottici ricchi di movimento e di sorpresa, così cari alla cultura Barocca. Camminando a fianco del colonnato si ha l’impressione che questo sia in movimento; vi è poi un punto, indicato da una pietra circolare sulla piazza, il fuoco dell'ellisse, non lontano dall’obelisco, in cui il colonnato appare costruito non da quattro ma da una sola fila di colonne.
    Il centro dell’ellisse è occupato, secondo una soluzione cara al barocco romano, da un obelisco egizio, che, compresa la sua base e la croce sulla sommità, è alto quaranta metri. L'obelisco, che risale al XIII secolo a.C., venne portato a Roma nel I secolo per essere eretto nel Circo di Nerone, e poi spostato nella sua sede attuale nel 1585 da Papa Sisto V. Ai lati dell’obelisco, nei punti focali dell’ellisse sono collocate due fontane disegnate rispettivamente da di Carlo Maderno (1613) e da Carlo Fontana (1677).

    Ai tempi di Bernini non esisteva Via della Conciliazione (costruita in epoca fascista), ma al suo posto vi erano dei palazzi medievali, i cosiddetti Borghi Vecchi. In questo modo si accedeva alla piazza da due vie anguste e chiuse da alti palazzi, e quindi l'effetto che si otteneva "sbucando" sulla piazza era decisamente maggiore di quanto avviene oggi, quando la Basilica ed il Cupolone vengono avvistati già da lunga distanza. Il colonnato del Bernini doveva servire proprio ad accompagnare lo sguardo dello spettatore alla magnificenza della Basilica di San Pietro e ad esaltare l'imponenza della Cupola di Michelangelo, grazie al contrasto particolare provocato dall'entrata trapezoidale che amplia la prospettiva.
  • Castel Sant' Angelo

    Il Castel Sant'Angelo (o Mole Adriana) è un monumento romano, situato sulla sponda destra del Tevere, di fronte al pons Aelius (attuale ponte Sant'Angelo) a poca distanza del Vaticano. Iniziato dall'imperatore Adriano nel 135 quale suo mausoleo funebre, ispirandosi all'ormai completo mausoleo di Augusto, fu ultimato da Antonino Pio nel 139. Venne costruito di fronte al Campo Marzio al quale fu unito da un ponte appositamente costruito, il Ponte Elio. Il mausoleo era composto da una base cubica, rivestita in marmo lunense, avente un fregio decorativo a teste di buoi (Bucrani) e lesene angolari. Nel fregio prospiciente il fiume si leggevano i nomi degli imperatori sepolti all'interno.
    Sempre su questo lato si presentava l'arco d'ingresso intitolato ad Adriano, il dromos (passaggio d'accesso) era interamente rivestito di giallo antico.
    Al di sopra del cubo di base era posato un tamburo realizzato in peperino e in opera cementizia (opus caementicium) tutto rivestito di travertino e lesene scanalate. Al di sopra di esso vi era un tumulo di terra alberato circondato da statue marmoree (ce ne restano frammenti). Il tumulo era, infine, sormontato da una quadriga in bronzo guidata dall'imperatore Adriano raffigurato come il sole. Attorno al mausoleo correva un muro di cinta con cancellata in bronzo decorata da pavoni, due di essi sono conservati al Vaticano.
    All'interno pozzi di luce illuminavano la scala elicoidale in laterizio che collegava il dromos alla cella posta al centro del tumulo. Quest'ultima, quadrata ed interamente rivestita di marmi policromi ed era sormontata da altre due celle sepolcrali.
    Molto presto l'edificio cambia destinazione d'uso e diventa un fortilizio. Viene integrato alle Mura aureliane nel 403, e in seguito viene fortificato, e spogliato di decorazioni e rivestimenti, dai papi a partire dal XIV secolo, i quali ne fanno allo stesso tempo una prigione, (Benvenuto Cellini vi sarebbe stato rinchiuso nel XVI secolo), e un rifugio. In questo modo, Clemente VII resiste all'assedio dei Lanzichenecchi di Carlo V durante il terribile sacco di Roma nel 1527.
    Il castello ha preso il suo nome attuale nel 590, durante una grande epidemia di peste che colpì Roma. Il papa dell'epoca, Gregorio I, avrebbe visto l'arcangelo Michele, sulla sommità del castello, che rimetteva la sua spada nel fodero significando così la fine dell'epidemia. Per commemorare l'avvenimento, la statua di un angelo corona l'edificio (prima una statua in marmo di Raffaello da Montelupo risalente al XVI secolo, e poi dal 1753, un bronzo di Pierre van Verschaffelt).
  • Le stanze di Raffaello: "La scuola di Atene"

    "La scuola di Atene" è un affresco di cm 772 di base realizzato tra il 1509 ed il 1511 dal pittore Raffaello Sanzio. È conservato nella Stanza delle Segnature nei Palazzi Vaticani di Città del Vaticano. Questo dipinto è uno dei massimi capolavori del Rinascimento. Sotto le magnifiche volte a botte di un immaginario edificio classico appaiono celebri filosofi dell'antichità mentre discutono le loro scuole di pensiero. Venne commissionato da papa Giulio II come parte di una serie di dipinti per la sua biblioteca privata nel Palazzo Vaticano. La sala venne in seguito utilizzata per la firma di documenti ed è per questo motivo che viene chiamata la Stanza della Segnatura.
    A sinistra della scena domina la statua di Apollo, mentre a destra quella di Minerva. Sotto sono dipinti due rilievi: una Lotta di ignudi ed un Tritone che rapisce una nereide.
    Al centro, incorniciati da un arco aperto sul cielo, figurano i due principali filosofi dell'antichità, Platone ed Aristotele. Platone, dipinto con le sembianze di Leonardo da Vinci, regge in mano la sua opera Timeo ed indica il cielo con un dito, mentre Aristotele regge l'Estetica e rivolge il palmo della mano verso terra.
    Attorno a loro ed ad altri filosofi e matematici sono raccolti in gruppi i loro seguaci. All'estrema sinistra c'è Epicuro, alle cui spalle è presente Federico Gonzaga fanciullo. Al centro, in primo piano, c'è Eraclito con le sembianze di Michelangelo che appoggia il gomito su un grande blocco, mentre all'estrema destra troviamo Euclide, con i tratti del Bramante, che disegna su una lavagnetta a terra.
    Infine, i due giovani che si trovanno all'estrema destra, in vesti contemporanee all'epoca della creazione dell'affresco, sono degli autoritratti di Raffaello stesso con l'amico e collega Sodoma.
    Gli studiosi pensano che il ritratto di Eraclito sia stato aggiunto in seguito, ad opera compiuta.
    Infatti nella Biblioteca Ambrosiana di Milano è conservato il cartone finale disegnato di proprio pugno da Raffaello, dove non compare la figura di Eraclito. Probabilmente l'autore, dopo aver visto il lavoro che Michelangelo aveva compiuto per la Cappella Sistina (una cui parte viene mostrata il 14 agosto 1511), si è sentito in dovere di aggiungere il ritratto del suo rivale nel suo affresco, dandogli le sembianze del filosofo greco.
  • Il Pantheon

    Il Pantheon è un edificio di Roma antica costruito in origine come tempio dedicato a tutti gli dèi.
    I Romani lo chiamano amichevolmente la Ritonna ("la Rotonda"), da cui il nome della piazza antistante. Il primo Pantheon fu fatto costruire nel 27-25 AC da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero di Augusto, nel quadro della monumentalizzazione del Campo Marzio.
    L'iscrizione originale di dedica dell'edificio, riportata sulla successiva ricostruzione di epoca adrianea, recita: M.AGRIPPA.L.F.COS.TERTIUM.FECIT (traduzione: "Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, (lo) costruì"). Il terzo consolato di Agrippa risale appunto all'anno 27 AC. Tuttavia Dione Cassio lo elenca tra le opere completate da Agrippa nel Campo Marzio nel 25 AC.
    Dai resti rinvenuti alla fine del XIX secolo si sa che questo primo tempio era di pianta rettangolare con cella disposta trasversalmente, più larga che lunga (come il tempio della Concordia nel Foro Romano e il piccolo tempio di Veiove sul Campidoglio), costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo. L'edificio era rivolto verso Sud, in senso opposto alla ricostruzione adrianea, ma il suo asse centrale coincide con quello dell'edificio più recente e la larghezza della cella era uguale al diametro interno della rotonda; l'intera profondità dell'edificio augusteo coincide inoltre con la profondità del pronao adrianeo. Dalle fonti sappiamo che i capitelli erano realizzati in bronzo e che la decorazione comprendeva delle cariatidi e statue frontonali; all'interno del pronao si trovavano le statue di Augusto e dello stesso Agrippa. Il tempio si affacciava su una piazza (ora occupata dalla rotonda adrianea) limitata sul lato opposto dalla basilica di Nettuno.
    Da Dione Cassio apprendiamo che la denominazione "Pantheon" non era quella ufficiale dell'edificio, e che intenzione di Agrippa era stata quella di creare un luogo di culto dinastico, probabilmente dedicato agli dei protettori della famiglia Giulia (Marte, Venere e il Divo Giulio, ossia Cesare divinizzato).
    L'edificio, distrutto dal fuoco nell'80 DC venne restaurato sotto Domiziano, ma subì una seconda distruzione sotto Traiano.
    Sotto Adriano l'edificio venne interamente ricostruito. I bolli laterizi (marchi di fabbrica sui mattoni) appartengono agli anni 123-125 e si può ipotizzare che il tempio venne inaugurato dall'imperatore durante la sua permanenza nella capitale tra il 125 e il 128. Secondo alcuni il progetto, redatto subito dopo la distruzione dell'edificio precedente in epoca traianea, sarebbe attribuibile all'architetto Apollodoro di Damasco.
    Rispetto all'edificio precedente fu invertito l'orientamento, con l'affaccio verso nord. Il grande pronao e la struttura di collegamento con la cella occupavano l'intero spazio del precedente tempio, mentre la rotonda venne costruita sopra la piazza augustea che divideva il Pantheon dalla basilica di Nettuno. Il tempio era preceduto da una piazza porticata su tre lati e pavimentata con lastre di travertino.
    L'edificio è costituito da un pronao collegato ad un'ampia cella rotonda per mezzo di una struttura rettangolare intermedia.
    Il pronao, ottastilo (con otto colonne in facciata) e con quattro colonne sui lati, misura 34,20 x 15,62 m ed era innalzato di m.1,32 sul livello della piazza, per cui vi si accedeva per mezzo di cinque gradini. L'altezza totale dell'ordine è di 14,15 m e i fusti hanno 1,48 m di diametro alla base.
    Sulla facciata il fregio riporta l'iscrizione di Agrippa in lettere di bronzo, mentre una seconda iscrizione relativa ad un restauro sotto Settimio Severo fu più tardi incisa sull'architrave. Il frontone doveva essere decorato con figure in bronzo, fissate sul fondo con perni: dalla posizione dei fori rimasti si è ipotizzata la presenza di una grande aquila ad ali spiegate.
    All'interno, due file di quattro colonne dividono lo spazio in tre navate: quella centrale più ampia conduce alla grande porta di accesso della cella, mentre le due laterali terminano su ampie nicchie che dovevano ospitare le statue di Augusto e di Agrippa qui trasferite dall'edificio augusteo.
    I fusti delle colonne erano in granito grigio (in facciata) o rosso, provenienti dalle cave egiziane, ed anche i fusti dei porticati della piazza erano in granito grigio, sebbene di dimensioni inferiori. I capitelli corinzi, le basi e gli elementi della trabeazione erano in marmo bianco pentelico, proveniente dalla Grecia. L'ultima colonna del lato orientale del pronao, mancante già dal XV secolo fu rimpiazzata da un fusto in granito grigio sotto papa Alessandro VII e la colonna all'estremità orientale della facciata fu ugualmente sostituita sotto papa Urbano VIII con un fusto in granito rosso: l'originaria alternanza dei colori nelle colonne, dunque, risulta oggi alterata.
    Il tetto a doppio spiovente è sorretto da capriate lignee, sostenute da muri in blocchi con archi poggianti sopra le file di colonne interne. Le originarie tegole in bronzo e la volta in bronzo appesa alle strutture di copertura, che le copriva alla vista dallo spazio interno, sono oggi scomparse ad opera di papa Urbano VIII che le fece fondere per costruire 110 cannoni per Castel Sant'Angelo.
    Il pronao è pavimentato in lastre di marmi colorati che si dispongono secondo un disegno geometrico di cerchi e quadrati.
    La struttura intermedia che collega il pronao alla cella è in opera laterizia (cementizio con faccia a vista in mattoni o laterizi), costituita da due massicci pilastri che si appoggiano alla rotonda, collegati da una volta che proseguiva senza soluzione di continuità l'originaria volta sospesa in bronzo della parte centrale del pronao. Nei pilastri sono inserite scale di accesso alla parte superiore della rotonda. La parete è rivestita con lastre di marmo pentelico e decorata all'esterno e ai lati della porta della cella da un ordine di lesene che prosegue l'ordine del pronao. Tra le lesene sono inseriti pannelli decorativi con ghirlande e con strumenti sacrificali.
    All'esterno la struttura ha la stessa altezza del cilindro della rotonda e doveva come questa avere un rivestimento in stucco e intonaco oggi scomparso.
    Sulla facciata un frontone in laterizio ripete quello del pronao ad un'altezza maggiore, e si rapporta alle divisioni delle cornici marcapiano presenti sulla rotonda, che proseguono senza soluzione di continuità sulle pareti esterne della struttura rettangolare al di sopra dell'ordine di lesene. Il frontone, nascosto dal pronao, doveva comunque essere visibile solo da grande distanza.
    La differenza di livello tra i due frontoni ha fatto ipotizzare che il pronao dell'edificio fosse stato in origine previsto di maggiori dimensioni, con fusti di colonna di 50 piedi (14,80 m) invece che di 40 piedi (11,84 m), ma che le cave di granito egiziane, già sfruttate per i fusti del monumentale ingresso settentrionale del Foro di Traiano, non fossero in grado di fornire altri fusti monolitici di tali eccezionali dimensioni e che il progetto dovette dunque essere ridotto e modificato.
    Lo spazio interno della cella rotonda è costituito da un cilindro coperto da una semisfera. Il cilindro ha altezza uguale al raggio (21,72 m) e l'altezza totale dell'interno è uguale al diametro (43,44 m).
    Al livello inferiore si aprono otto ampie esedre, a pianta alternativamente rettangolare (in realtà trapezoidale) e semicircolare, una delle quali è utilizzata per l'ingresso. Questo primo livello è inquadrato da un ordine architettonico con colonne in corrispondenza dell'apertura delle esedre e lesene nei tratti di muro intermedi, che sorreggono una trabeazione continua. Solo l'abside opposta all'ingresso è invece fiancheggiata da due colonne sporgenti dalla parete, con la trabeazione che gira all'interno come imposta della semicupola di copertura. Tra le lesene, negli spazi tra le esedre, sono presenti piccole edicole su alto basamento, con frontoncini alternativamente triangolari e curvilinei. Le pareti sono rivestite da lastre di marmi colorati
    Un secondo livello aveva un ordine di lesene in porfido che inquadravano finte finestre e un rivestimento in lastre di marmi colorati. La decorazione romana originale fu sostituita da quella attualmente visibile, realizzata nel XVIII secolo (probabilmente negli anni 1747-1752). Nel settore sud-occidentale una parte dell'originario aspetto romano di questo livello fu restaurata successivamente, ma in modo non del tutto preciso.
    Il pavimento della rotonda è leggermente convesso, con la parte più alta (spostata di circa 2 m verso nord-ovest rispetto al centro) sopraelevata di circa 30 cm. Il rivestimento è in lastre con un disegno di quadrati in cui sono iscritti alternativamente cerchi o quadrati più piccoli.
    L'attuale porta in bronzo, di proporzioni diverse da quelle dell'apertura, proviene da un altro antico edificio.
    La cupola è decorata all'interno da cinque file di ventotto cassettoni, di misura decrescente verso l'alto, e presenta al centro un oculo di 8,92 m di diametro. L'oculo doveva essere circondato da una cornice bronzea fissata alla cupola che forse raggiungeva la fila più alta di cassettoni. Numerose cavità presenti nel cementizio permettono di ipotizzare che anche i cassettoni e gli spazi intermedi tra essi fossero rivestiti in bronzo.
    All'esterno la cupola è nascosta inferiormente da una sopraelevazione del muro della rotonda (per 8,40 m), ed è quindi articolata in sette anelli sovrapposti, l'inferiore dei quali conserva tuttora il rivestimento in lastre di marmo. La parte restante era coperta da tegole in bronzo dorato, asportate dall'imperatore Costanzo II, ad eccezione di quelle che circondavano l'oculo, tuttora in situ. Lo spessore della muratura diminuisce verso l'alto (da 5,90 m inferiormente a 1,50 m in corrispondenza della parte intorno all'oculo centrale).
    La cupola poggia sopra uno spesso anello di muratura in opera laterizia (cementizio con paramento in mattoni), sul quale si trovano aperture su tre livelli (segnalati all'esterno dalle cornici marcapiano). Queste aperture, in parte utilizzate a fini estetici, come le esedre dell'interno, in parte spazi vuoti con funzioni prevalentemente strutturali, compongono una struttura di sostegno articolata, inglobata nell'anello continuo che appare alla vista. Sulla parete esterna della rotonda è ora visibile dopo la scomparsa dell'intonaco di rivestimento, la complessa articolazione degli archi di scarico in bipedali (mattoni quadrati di due piedi di lato) inseriti nella muratura da parte a parte, che scaricano il peso della cupola sui punti di maggior resistenza dell'anello, alleggerendo il peso in corrispondenza dei vuoti.
    La particolare tecnica di composizione del cementizio romano permette alla cupola priva di rinforzi di restare in piedi da quasi venti secoli. Una cupola di queste dimensioni sarebbe infatti difficilmente edificabile con le moderne tecnologie, data la poca resistenza alla tensione del cemento moderno. Il fattore determinante sembra essere una particolare tecnica di costruzione: il cementizio veniva aggiunto in piccole quantità drenando subito l'acqua in eccesso. Questo, eliminando in tutto o in parte le bolle d'aria che normalmente si formano con l'asciugatura, conferisce al materiale una resistenza eccezionale. Inoltre venivano utilizzati materiali via via più leggeri per i caementa mescolati alla malta per formare il cementizio: dal travertino delle fondazioni alla pomice vulcanica della cupola.
    L'inserzione di un'ampia sala rotonda alle spalle del pronao di un tempio classico rappresenta una novità nell'architettura romana. Il modello dello spazio circolare e coperto a cupola è ripreso da quello delle grandi sale termali che già erano state realizzate in quest'epoca, ma è interamente nuovo il suo utilizzo per un edificio templare. L'effetto di sorpresa nel varcare la porta della cella doveva essere notevole e sembra caratteristico dell'architettura di epoca adrianea, ritrovandosi anche in molte parti della sua villa privata a Tivoli.
    Un ulteriore elemento di novità era l'introduzione di fusti monolitici lisci di marmo colorato per le colonne di un tempio, al posto dei tradizionali fusti scanalati in marmo bianco.
    Le fonti ci rendono noto un restauro sotto Antonino Pio, mentre l'iscrizione incisa sulla trabeazione della fronte, ricorda altri restauri sotto Settimio Severo (nel 202).
    L'edificio si salvò dalle distruzioni del primo Medio Evo perché già nel 608 l'imperatore bizantino Foca ne aveva fatto dono a papa Bonifacio IV, che lo trasformò in chiesa cristiana (Sancta Maria ad Martyres). É il primo caso di un tempio pagano trasposto al culto cristiano. Questo fatto lo rende il solo edificio dell'antica Roma ad essere rimasto praticamente intatto e ininterrottamente in uso per scopo religioso fin dal momento della sua fondazione.
    Le tegole di bronzo dorato che rivestivano all'esterno la cupola furono asportate per ordine di Costanzo II, imperatore d'Oriente nel 663 e sostituite con una copertura di piombo nel 735. Gli elementi in bronzo della copertura del pronao e, forse, anche le sculture del frontone subirono la medesima sorte nel XVI secolo sotto papa Urbano VIII Barberini. Nello stesso periodo furono aggiunti ai lati del frontone due campanili, opera di Gian Lorenzo Bernini, presto conosciuti con il soprannome di "orecchie d'asino" e che furono eliminati nel XIX secolo.
    Già nel XV secolo, il Pantheon venne arricchito da affreschi: forse il più noto è l'Annunciazione di Melozzo da Forlì, collocato nella prima cappella a destra di chi entra.
    A partire dal Rinascimento il Pantheon è stato usato anche come tomba. Vi si conservano, fra gli altri, i resti dei pittori Raffaello Sanzio ed Annibale Carracci e dell'architetto Baldassarre Peruzzi.
    Un cenno a parte va fatto per le tombe dei re d'Italia: Vittorio Emanuele II, la cui tomba è collocata nella cappella adiacente all'affresco di Melozzo, la consorte regina Margherita e il figlio Umberto I. Queste tombe vengono mantenute in ordine da volontari delle organizzazioni monarchiche. Da segnalare le continue polemiche sull'opportunità di inumare al Pantheon i resti di Vittorio Emanuele III e di Umberto II a causa del comportamento addebitato ai Savoia nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale e nel corso della Seconda guerra mondiale.
    Il Pantheon, anche se la sua conservazione è a cura e spese del Ministero dei Beni Culturali è, tuttora, una chiesa e vi vengono celebrate regolari messe e, soprattutto, matrimoni.
    Come esempio meglio conservato dell'architettura monumentale romana, il Pantheon ha avuto enorme influenza sugli architetti europei e americani (un esempio su tutti, Andrea Palladio), dal Rinascimento al XIX secolo. Numerose sale civiche, università e biblioteche, riecheggiano la sua struttura con portico e cupola. Esempi di edifici famosi influenzati dal Pantheon comprendono: la Rotonda Thomas Jefferson dell'Università della Virginia, la biblioteca della Columbia University, New York, e la Biblioteca dello Stato di Victoria a Melbourne, Australia.
  • Piazza di Spagna

    Piazza di Spagna, con la scalinata di Trinità dei Monti, è una delle più famose piazze di Roma.
    La monumentale scalinata di 135 gradini fu costruita con finanziamenti francesi nel 1721-1725, collegando l'ambasciata borbonica spagnola (a cui la piazza deve il nome) alla chiesa di Trinità dei Monti, che sovrasta la piazza dall'alto. Venne disegnata da Alessandro Specchi dopo generazioni di lunghe ed accese discussioni su come il ripido pendio sul lato del Pincio dovesse essere urbanizzato per collegarlo alla chiesa. La soluzione finale scelta è la grande scala decorata da numerose terrazze-giardino, e in primavera ed estate viene addobbata splendidamente con molti fiori. La scalinata è stata restaurata nel 1995. Nella piazza vi è la famosa Fontana della Barcaccia, che risale al primo periodo Barocco, scolpita da Pietro Bernini e da suo figlio, il più celebre di Gian Lorenzo Bernini. All'angolo destro della scalinata vi è la casa del poeta inglese John Keats, che vi visse e morì nel 1821, oggi ttasformata in un museo dedicato alla sua memoria e a quella dell'amico Percy Bysshe Shelley, piena di libri e memorabilia del romanticismo inglese.


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